Il Bunker

Zoric arrivò quando fuori era già buio, anche se l’orologio dell’auto insisteva a dire il contrario.

Restò seduto un momento con le mani sul volante. Le dita erano rigide. Le aprì e le chiuse una volta, piano. Inspirò e sentì l’aria tiepida dell’abitacolo. Gli serviva quel calore per entrare meglio nel freddo.

Scese. Il vento gli prese le orecchie. Attraversò il parcheggio vuoto senza accelerare. L’edificio era basso, senza insegne. Due telecamere e una porta fatta per rimanere chiusa.

Passò il badge. Un bip netto. La serratura scattò. La porta si aprì quel tanto che bastava.

Quando richiuse alle spalle, il rumore lo investì. Non era forte. Era continuo. Un ronzio stabile che si infilò sotto i pensieri. Zoric lo sentiva sempre nei primi secondi. Quella sera ci mise più tempo a sparire.

L’aria era fredda e secca. Nessun odore. Nessuna polvere. Sulle pareti c’erano cartelli con procedure e divieti. Zoric non li guardava più.

Aprì l’armadietto, posò lo zaino, richiuse. Controllò il telefono e lo rimise via. Prese una caramella alla menta dalla tasca interna e la mise in bocca. Non la masticò. La lasciò sciogliere.

Fece partire la routine.

Corridoi lunghi, luci bianche, porte tutte uguali. Dietro le porte c’erano sale con armadi metallici alti e dritti. Dentro gli armadi, macchine. Tantissime. Il bunker serviva a registrare il sottosuolo. Movimenti lenti del terreno, segnali piccoli che diventavano numeri.

Zoric non si sentiva un tecnico da film. Si sentiva uno che controlla che le cose restino dove devono stare.

Quella sera, su uno schermo, una cosa non stava dove doveva.

Un evento comparve in basso. Una riga sottile. Cliccò e si chinò verso il monitor.

Non era un colpo singolo. Era una sequenza. Tre impulsi, una pausa, due impulsi, una pausa. Poi ancora.

Contò senza volerlo.

Tre. Pausa. Due.

Aspettò. La sequenza tornò identica.

Aspettò ancora. Uguale.

Si accorse che teneva la lingua premuta contro i denti. La staccò e deglutì. La caramella gli parve troppo dolce.

Ritmi regolari capitavano.

Questo no.

Era pulito.

Zoric aprì una nota e scrisse una parola. La cancellò. Scrisse di nuovo. Cancellò ancora. Chiuse la nota e si alzò.

Quando era nervoso, si muoveva. Se restava seduto, la testa gli faceva brutti scherzi.

Uscì nel corridoio. Il ronzio delle macchine era più presente lì fuori. L’aria secca gli asciugò la lingua. Camminò fino alla passerella di servizio e appoggiò due dita sulla ringhiera metallica.

Sentì una vibrazione minima.

Non continua. A impulsi.

Ritrasse le dita. Erano un po’ umide. Si asciugò il palmo sulla coscia e appoggiò di nuovo.

La vibrazione c’era ancora.

Fece un passo a sinistra. Più debole.

Un passo indietro. Tornò.

Zoric rimase fermo. La vibrazione arrivava dal basso e saliva nel palmo.

Proseguì lungo il corridoio e vide una goccia sul pavimento. Una sola. Trasparente. Era sotto una fessura sottile nel cemento, una linea scura che non ricordava.

Si chinò. Toccò la goccia con un polpastrello. Fredda. La annusò. Nessun odore netto. Rimase una punta di acido sulla pelle.

Si strofinò le dita sul pantalone e tornò in sala controllo.

Il ritmo continuava.

Tre. Pausa. Due. Pausa.

Prese le cuffie dal cassetto e le indossò. Alzò il volume piano.

I colpi arrivarono sordi e lontani. Tre colpi. Pausa. Due colpi.

Sotto c’era un fruscio.

Si tolse un padiglione e lo rimise. Il fruscio restò identico.

Era fine. Continuo. Si spezzava nelle pause e riprendeva subito dopo.

Sentì i brividi sulle braccia. Si tolse le cuffie e si accorse che stava trattenendo il fiato.

Spostò la caramella da una guancia all’altra, poi smise. Guardò lo schermo. Il ritmo non si fermava.

Appoggiò la nocca sul tavolo e diede un colpetto secco, senza pensarci. Subito si fermò.

Nella traccia, un colpo arrivò più forte. Uno solo. Dopo il suo colpetto.

Zoric rimase immobile.

Il ritmo riprese regolare.

Tre. Pausa. Due.

Si alzò di scatto e uscì nel corridoio. Non sentì colpi con le orecchie nude. Sentì però la vibrazione nella ringhiera quando appoggiò la mano piena.

Era più forte.

Ritrasse la mano. Il palmo era umido. Rientrò.

Tornato alla postazione, aprì il registro del turno e provò a scrivere. Le parole non gli uscivano pulite. Cancellò e lasciò la pagina vuota.

Il telefono vibrò.

Sul display comparve un messaggio di sua madre.

Richiamami.

Lo guardò senza aprirlo. Mise il telefono a faccia in giù.

Arrivò il messaggio della capo turno.

Problemi?

Zoric fissò lo schermo. Scrisse e cancellò due volte. Alla fine, mandò sto verificando.

La risposta arrivò subito.

Non aprire segnalazioni. Domani vengono quelli del ministero. Mi serve un turno tranquillo.

Rimise il telefono in tasca. Si rimise le cuffie.

Alzò il volume di poco.

Il fruscio si sentiva meglio. Non era solo granelli. Era uno sfregamento sottile, costante, con interruzioni nette nelle pause.

Deglutì.

Il fruscio cambiò per un istante. Più vicino. E tornò basso.

Si tolse le cuffie e le appoggiò sul tavolo. Si passò la lingua sulle labbra secche. Sentì ferro in fondo alla gola.

Aprì la lista dei sensori. L’umidità saliva in un punto preciso. Pochi numeri. Però lui conosceva quel posto. Quella cifra non doveva salire.

Si alzò.

Andò dritto alla zona della fessura.

La griglia dell’aria era bagnata lungo il bordo. Zoric mise il dorso delle dita sul metallo. Tiepido. Spostò la mano di pochi centimetri. Freddo. Tornò sul bordo. Tiepido.

Illuminò con la torcia. La fessura nel cemento era più scura. Non una goccia sola. Una linea umida.

Prese un fazzoletto e lo passò sulla fessura. Il fazzoletto si bagnò. Avvicinò al naso. Ferro e acido.

Guardò il grafico. Il ritmo continuava.

Si sedette e batté due colpi sul tavolo. Uno. Due.

Il ritmo cambiò.

La pausa si accorciò. I colpi arrivarono più vicini. Più forti.

Zoric si tolse le cuffie di scatto. Rimase a fissare lo schermo con lo stomaco chiuso.

Si alzò e tornò alla ringhiera. Appoggiò la mano. La vibrazione era netta.

Spostò il piede sul pavimento. In un punto sentì calore sotto la suola. Solo lì.

Puntò la torcia sulla fessura. Una goccia si formò e scese lenta.

Rientrò. Aprì la planimetria ufficiale. Scorse i corridoi. Poi aprì la cartellina vecchia, quella con i fogli stampati e i timbri.

C’era un livello segnato come chiuso.

Il telefono vibrò ancora. Report entro un’ora.

Zoric mandò ok.

Aprì un cassetto e prese la torcia più grande. Prese i guanti e li infilò.

Prese una pinza da taglio piccola e la infilò in tasca.

Uscì.

La porta di servizio era in un corridoio senza cartelli eleganti. La serratura era dura. Dovette spingere col palmo finché cedette.

L’aria cambiò subito. Più umida. Più pesante. L’odore di ferro tornò netto.

La scala scendeva stretta. Cemento. Gradini consumati. Neon più gialli. Il ronzio delle macchine sopra diventò lontano. Restarono i suoi passi.

Scese piano con la mano sulla ringhiera. Il metallo era bagnato a tratti.

Arrivò a una porta metallica pesante. La guarnizione era lucida e bagnata. Zoric poggiò la mano. La vibrazione gli attraversò il palmo.

Aprì.

Dentro c’era un corridoio basso. Pozzanghere scure. Condensa sulle pareti. Croste bianche sparse.

Puntò la torcia sui cavi lungo una canalina e vide qualcosa attaccato.

Fili.

Sottili. Pallidi. Tesi.

Uscivano da fessure nel cemento. Si avvolgevano attorno ai cavi con giri stretti. In alcuni punti entravano nella canalina. In altri sparivano in crepe e non si vedeva più dove andassero.

Zoric respirava con la bocca.

Il fruscio era più chiaro lì sotto. Non veniva dall’acqua. Veniva dai fili.

Fece un passo.

Il fruscio aumentò per un secondo e poi tornò uguale.

Si fermò vicino a una crepa e puntò la torcia. Un filo entrava in un foro minuscolo. Attorno c’era una patina lucida. Zoric ci appoggiò il guanto. Si appiccicò un attimo. Lo staccò e rimase una sensazione viscida.

Andò avanti.

Il corridoio scendeva ancora. Le pareti erano bagnate. L’odore acido diventava più forte.

Spense la torcia. Il fruscio aumentò. Riaccese.

Continuò.

A un certo punto, sotto la scarpa, il pavimento cedette di un millimetro e tornò su lentamente. Zoric si bloccò. Spostò il peso sull’altra gamba. Il pavimento tornò su con calma.

Fece un passo indietro. Nessun cedimento.

Fece un passo avanti. Cedette di nuovo.

Passò il dorso del guanto lungo il bordo della crepa più vicina. Tiepido.

Più avanti c’era una porticina bassa. La vernice era gonfia. Il bordo bagnato.

Si avvicinò. Il fruscio aumentò. Alcuni tratti di filo vibravano appena nella luce.

Aprì.

Dietro c’era una cavità più ampia. L’aria era umida e calda a chiazze. L’odore acido pungeva.

Puntò la torcia dentro.

La luce prese una superficie pallida, lucida, bagnata. Il fascio seguì la curva e scoprì un corpo che continuava oltre il cono di luce.

Un verme enorme, ammassato nella cavità.

Zoric fece un passo indietro, poi si impose di guardare. La torcia tremava. La bloccò con entrambe le mani.

La carne era grassa e flaccida, tirata in anelli grossi uno contro l’altro. Ogni segmento si stringeva e si rilasciava lento, con una forza tranquilla.

L’umido colava e restava appeso nelle pieghe, vischioso, e nelle gole tra un anello e l’altro la torcia prendeva croste scure e residui incollati, strisce vecchie e compresse.

L’odore era ferro, acido, marcio trattenuto.

Sotto la pelle correvano chiazze scure, masse intrappolate. In alcuni punti la superficie era più sottile e tremava appena.

Poi vide gli occhi.

Sei globi lattiginosi senza pupille, incassati nella carne. Aperti. Immobili. Opachi. Non dava riflesso.

La nausea arrivò rapida. Gli si riempì la bocca di saliva. Deglutì.

Un filo vicino alla scarpa vibrò.

Zoric si immobilizzò. Cercò di respirare piano.

Trattenne un colpo tosse.

Il ritmo cambiò. Un colpo più vicino e più forte. Lo sentì nel cemento e nei denti.

Fece un passo indietro. La scarpa sfiorò un fascio di fili. Contatto freddo e viscido.

La massa ebbe una contrazione lenta. Un anello si gonfiò e si sgonfiò. L’odore acido aumentò.

Zoric abbassò la torcia e guardò i fili. Erano ovunque. Uscivano dalla massa e sparivano nelle fessure, nei cavi, nelle canaline.

Tirò fuori la pinza.

Afferrò un fascio vicino alla canalina. Viscido e freddo anche attraverso il guanto.

Chiuse la pinza.

Schiocco umido.

L’odore acido esplose. Gli pizzicò gli occhi. La nausea gli piegò lo stomaco.

I fili recisi si ritrassero di un millimetro. Non caddero.

La massa tremò. Un tremore diffuso.

Zoric tagliò ancora.

Schiocco umido.

Un anello si contrasse più forte. Il pavimento vibrò e Zoric sentì i denti battere.

Si voltò e corse verso la scala. I passi scivolavano sulle pozzanghere. Il fruscio dietro aumentò. Non in un punto solo. Ovunque.

Sentì qualcosa sfiorargli la caviglia. Freddo e viscido. Non si fermò. Il contatto tornò subito più su, sul polpaccio, sotto il bordo dei pantaloni.

Urlò. Un suono breve. Cercò di scrollarsi. Il filo non si staccò.

Arrivò alla porta di servizio della scala. Mise la mano sulla maniglia. La mano scivolò. Afferrò meglio e tirò.

Il filo sul polpaccio si tese.

Zoric cadde in ginocchio. Le mani andarono a terra. Il pavimento era freddo e viscido. Le dita scivolarono.

Il filo sotto l’unghia bruciò. Una puntura secca. Zoric ritrasse la mano.

La porta si aprì di colpo.

Si trascinò dentro la scala. Afferrò la ringhiera e tirò il corpo su, gradino dopo gradino. Il fiato non bastava.

Dietro, nel corridoio, il fruscio aumentò. La ringhiera vibrava sotto la sua mano.

Arrivò al pianerottolo e provò a correre. Il filo alla caviglia tirò. Zoric inciampò e batté la spalla contro il muro. La vista gli si riempì di luce. La torcia sbatté e rotolò giù di due gradini.

Rimase accesa, puntata verso l’alto.

Zoric vide i fili salire.

Tanti. Sottili. Pallidi. Tesi. Uscivano dalla fessura tra muro e gradini. Si avvolgevano sul metallo della ringhiera. Cercavano la pelle.

Uno toccò il polso. Una goccia fredda.

La pelle si fece molle in quel punto.

Zoric strappò via la mano e si aggrappò con l’altra. La goccia scivolò. La pelle si aprì e bruciò.

I fili salirono più in fretta.

Uno entrò sotto la manica e toccò l’interno del gomito. La pelle cedette in un punto.

Sentì una trazione dentro il braccio. Le dita si chiusero e si riaprirono da sole.

Cadde indietro di un gradino. La schiena colpì il cemento. Il fiato uscì in un colpo. La luce della torcia gli entrò negli occhi.

Sotto, nel buio della scala, arrivò un colpo sordo più vicino. Il ritmo si spezzò. Colpi ravvicinati.

Provò a strisciare verso l’alto con i talloni e i gomiti. I fili lo presero alle caviglie, alle ginocchia, sotto le ascelle. Tiravano tutti insieme.

Il tessuto dei pantaloni si lacerò sul ginocchio. La pelle restò esposta. Un filo appoggiò una goccia.

La pelle cedette subito. La carne perse forza e diventò molle. Il dolore arrivò pieno e Zoric urlò senza voce.

Il filo bevve.

Sentì qualcosa risalire lungo quel filo. Sentì il corpo diventare più leggero in quel punto. Il sangue uscì, ma non colò. Si mescolò all’umido acido e sparì nel contatto.

Cercò di raggiungere la pinza. Era lontana. Un filo gli entrò tra le dita e si avvolse attorno all’anulare. La pelle sotto iniziò a mollare.

Guardò la mano. L’unghia del pollice. Il filo pallido tirava verso il basso.

Tentò di morderlo. Freddo e viscido. Gli lasciò sapore di ferro e acido. La lingua bruciò.

Il filo sotto l’unghia tirò di colpo.

Zoric sentì l’unghia sollevarsi. Il dolore gli fece vedere bianco. La mano si aprì e qualcosa di metallico cadde sul gradino con un colpo secco.

I fili lo trascinarono giù.

Scivolò sui gradini. La schiena batteva. La testa sbatteva. Provò a piantare un piede di traverso. La suola scivolò su una pellicola umida.

Arrivò al fondo della scala e finì nel corridoio basso.

L’odore acido era insopportabile. Gli pizzicò gli occhi. Gli entrò nel naso e gli fece lacrimare. Respirava a piccoli colpi.

I fili lo tirarono verso la porticina bassa.

Zoric provò a piantare le mani nel pavimento. La pelle dei palmi toccò il cemento e si attaccò. Quando cercò di staccarla, un pezzo rimase. Il dolore gli diede nausea. Gli uscì saliva e bile.

La porticina era aperta.

Dentro, l’aria era umida e calda a chiazze. La torcia illuminava a tratti l’interno con luce obliqua. La massa pallida era lì. Segmenti grossi. Pelle lucida. Umori.

Gli occhi lattiginosi restavano aperti.

Zoric cercò di voltare la testa. Non ci riuscì.

La massa ebbe una contrazione lenta. Un rigonfiamento passò sotto la pelle. Un suono umido riempì la cavità.

I fili portarono Zoric più vicino.

Uno gli entrò nella bocca, tra guancia e gengiva. La goccia fu fredda. La carne della guancia cedette subito. Sentì sangue e acido insieme. Provò a sputare. Il filo rimase e si infilò più a fondo.

Tossì. La tosse gli spezzò il fiato.

Un filo gli toccò il collo. Una goccia scivolò e bruciò. La pelle iniziò a mollare.

Zoric capì che stava per perdere l’aria.

Provò a inspirare più forte. Il bruciore scese nel petto. I polmoni chiesero ossigeno. Le lacrime colarono.

I fili lo sollevarono un poco e lo spinsero contro la massa.

Il contatto fu caldo e viscido. La maglietta si appiccicò. Il petto si schiacciò contro un anello che si gonfiava e si sgonfiava.

Poi il ventre si contrasse.

Il corpo lo strinse. Una pressione lenta che gli costringeva le braccia. Gli piegava le costole. Il respiro diventò un suono alto e corto.

Un rigonfiamento interno premette contro il fianco di Zoric. La pelle del fianco cedette in un punto e la carne sotto diventò molle. Il bruciore diventò dolore pieno.

Zoric urlò. L’urlo uscì spezzato.

I fili lo tenevano aderente. Provò a spingere via con le mani. Le mani scivolavano sulla pelle lucida. Le dita non trovavano presa.

Il ventre si contrasse di nuovo.

Zoric sentì la pressione aumentare e sentì il corpo perdere consistenza in più punti. Braccio. Fianco. Coscia. Ogni punto dove i fili avevano messo la goccia diventava molle, poi vuoto.

Il sangue usciva e spariva nel viscido.

Provò a pensare alla luce bianca del corridoio sopra. Non ci riuscì. La testa rimbalzava tra dolore e nausea. Il mondo si ridusse a odore acido, calore umido, fruscio di fili.

Gli occhi lattiginosi erano lì davanti. Aperti. Immobili.

Zoric tentò un ultimo respiro. Il petto non si aprì abbastanza. Dalla gola uscì un suono sottile.

La contrazione successiva lo chiuse ancora.

L’aria finì.

Il fruscio continuò.

Il lavoro continuò.

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